Ostruzionismo: la gestione del conflitto, parte III

 

 

Un altro grande ostacolo alla gestione di una comunicazione conflittuale è: l’ostruzionismo.

L’ostruzionismo è un chiudersi in se stessi nel mezzo di una comunicazione conflittuale, trattenendosi dall’esprimersi sia in modo verbale che non verbale, quindi mantenendo una postura distaccata e lo sguardo rivolto altrove. In altre parole è il trasformarsi in una sorta di muro di gomma nel bel mezzo della discussione.

Questo atteggiamento è a volte involontario e provocato da una eccessiva tensione fisica accumulata durante la discussione, per cui si crea una risposta alla minaccia, di tipo congelante. Altre volte invece è preferita al rispondere, per la paura di perdere il controllo.

In entrambi i casi l’ostruzionismo è causa di un inasprimento della comunicazione. È importante che gli interlocutori siano consapevoli della propria tensione crescente e della possibile perdita di controllo e che siano in grado di mettere in atto un comportamento più costruttivo come ad esempio, il darsi una tregua.

Interrompere la discussione e dire all’interlocutore che si ha bisogno di un pò di tempo per raccogliere le idee, quindi prendersi una tregua, concordare un momento successivo in cui riaffrontare la discussione, e poi allontanarsi.

Dagli esperti di comunicazione efficace viene il suggerimento di interrompere la discussine per una ventina di minuti fino a 24 ore al massimo, e di approfittare di questo tempo per rilassarsi, distrarsi con qualcosa di piacevole o coinvolgente in modo da evitare di continuare a rimuginare sulla discussione. Quindi rilassarsi e staccare.

Successivamente alla tregua si riprende la discussione, ma in modo costruttivo seguendo preferibilmente un metodo.

È, innanzitutto, molto utile offrire il riconoscimento al nostro interlocutore. Il miglior modo per affrontare due punti di vista diversi, senza cadere nel rischio di aggredirsi, ma percorrendo efficacemente uno scambio utile a trovare un accordo, è ascoltare attivamente l’altro, riconoscendone le emozioni e i fatti.

Dal momento che una persona si sente riconosciuta nella propria esperienza è poi in grado di offrire altrettanto ascolto e comprensione empatica all’altro.

Quindi, a turno si parla riassumendo la propria esperienza senza rivolgere accuse o critiche ma riportando il proprio vissuto, i pensieri, le reazioni i fatti e infine i bisogni. È molto importante affermare le proprie necessità parlando in termini positivi: es. ho bisogno di ascolto, anziché, … “non voglio essere ignorata”.

L’interlocutore a questo punto cerca di riassumere ciò che gli è stato riportato, dai pensieri ai sentimenti vissuti dal primo interlocutore. Il primo verificherà dunque se l’altro ha compreso come lui ha vissuto la vicenda.

Successivamente si scambieranno i ruoli e chi ascoltava potrà portare la propria esperienza e verificare se l’altro ha compreso.

Come scritto in precedenza, i due punti di vista possono coesistere, e sarà facile confermare che sono entrambi validi, in quanto frutto di percezioni assolutamente soggettive.

Alla fine di questo scambio di esperienze, basterà poco per raggiungere un accordo o un buon compromesso in grado di lasciare sereni entrambe la parti.

Queste modalità di fronteggiamento delle situazioni conflittuali sono molto efficaci e a dimostrarlo sono le osservazioni e la ricerca scientifica, e allo stesso tempo non sono per niente banali da mettere in atto, anzi, sono molto difficili perché controintuitive, o meglio contrarie alla normalissima reazione di difesa o di attacco che emerge successivamente al sentirsi attaccati o feriti in qualche modo.

Però vale la pena tentare.

Aggiungo queste parole:

“Siamo quello che pensiamo

tutto ciò che siamo sorge con i nostri pensieri.

Con i nostri pensieri creiamo il mondo.

Parla e agisci con una mente impura

E il dolore ti seguirà

Come la ruota segue il bue che trasporta il carro…

Parla e agisce con mente pura

E la felicità ti seguirà

Come la tua ombra irremovibile”.

(Buddha)

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